In Europa dalla seconda metà del XVII secolo cominciò a prendere corpo una nuova scienza: la chimica. Attingendo conoscenze dalla medicina, la farmacia, la metallurgia ma soprattutto dall'alchimia, la chimica si poneva come obiettivo lo studio della materia e delle sue trasformazioni per mezzo di esperimenti, prove, analisi da svolgersi necessariamente in un laboratorio.

Il laboratorio chimico del XVII/XVIII secolo è un laboratorio essenziale, caratterizzato dalla presenza di un tavolo da lavoro e dalla fornace, sovrastata da un camino; la strumentazione impiegata si limita a contenitori di svariate fogge (matracci, capsule, calici, bicchieri, storte, campane e flaconi costruiti in vetro, metallo, porcellana o terracotta), imbuti, mortai e alambicchi (ovvero distillatori). È curioso osservare che sebbene i chimici dell'epoca abbiano voluto più volte sottolineare con forza gli elementi di discontinuità tra loro e gli alchimisti, da quest'ultimi abbiano ereditato oltre che l'immensa mole di conoscenze empiriche anche gli apparati scientifici con cui sperimentare.

Intorno alla metà del 1700 la chimica entra definitivamente a far parte degli insegnamenti universitari ma le lezioni pratiche si limitano ad esperimenti mostrati agli studenti dal professore o più spesso da un "dimostratore". Verso la fine di questo secolo la chimica acquisisce un definitivo status di scienza dove l'indagine sperimentale viene supportata da un insieme di teorie interpretative dei fenomeni osservati. Quest' epoca, a giusto titolo definita rivoluzionaria per la chimica e non solo, è simboleggiata dalla straordinaria opera scientifica di A.L. Lavoisier in campo teorico e in quello sperimentale, soprattutto con l'introduzione fondamentale dell'utilizzo della bilancia nel laboratorio e quindi con l'innovativo approccio quantitativo sintetizzato dal celebre motto "OMNIA IN MENSURA ET NUMERO ET PONDERE". Sull'onda innovatrice dell'illuminismo la chimica diventa progressivamente argomento di interesse pubblico anche in funzione delle ovvie implicazioni applicative ed economiche ad essa correlate. I laboratori incominciano ad essere frequentati da un maggior numero di persone ma quasi sempre in qualità di auditori. L'invenzione della pila elettrica da parte di A.Volta nel 1801 e gli importanti lavori svolti con essa da H.Davy sull'elettrolisi dei sali introducono l'utilizzo di apparati elettrici nei laboratori chimici; da questo periodo in poi incominceranno a far parte delle dotazioni scientifiche vere e proprie "macchine" decisamente più complesse rispetto alle apparecchiature utilizzate già in precedenza. Nonostante i progressi le ricerche svolte nei laboratori chimici, per gran parte, si limitano a separazioni ed analisi della composizione di prodotti naturali, le apparecchiature fondamentali non cambiano, come d'altronde le operazioni con cui si separano i composti: preparazione di soluzioni, evaporazioni, cristallizzazioni, filtrazioni, precipitazioni e distillazioni, tutte atte ad ottenere sostanze il più possibilmente pure e separate da poter poi "saggiare" con i vari reagenti.

Con l'avvento della chimica-fisica e il progredire della chimica-organica verso la metà dell'800 le ricerche chimiche raggiungono una complessità e una vastità tale che il lavoro in laboratorio non può più essere svolto dal solo chimico e dal suo assistente. Il laboratorio si trasforma in una struttura complessa con magazzini, sale di preparazione, studi e locali che ospitano il crescente numero di apparecchiature; il lavoro di ricerca, coordinato da un direttore, viene ripartito tra diversi ricercatori che lavorano indipendentemente ad una parte dell'indagine chimica. Questa organizzazione del lavoro, introdotta dal chimico tedesco J. Liebig, divenne velocemente il modello dei principali laboratori d'Europa.

Sul finire del XIX secolo i laboratori chimici, ed in particolare quelli delle università, erano profondamente cambiati; da angusti locali in cui fare semplici esperimenti, quali erano stati nei secoli passati si erano trasformati in centri di ricerca con dotazioni di strumenti scientifici sempre più numerose e di qualità, vi lavoravano all'interno diversi gruppi di ricercatori che ovviamente permettevano di svolgere ricerche più organiche e approfondite nei diversi settori della chimica. L'introduzione del gas come combustibile di lì a poco avrebbe decretato la scomparsa delle fornaci e dei fornelli a carbone, ormai sostituiti dai meno ingombranti e più moderni bruciatori (becchi Bunsen e Teclu).In questo periodo si afferma definitivamente la chimica di sintesi che ha come scopo la produzione di nuovi composti non esistenti in natura o l'ottenimento di composti già esistenti per via artificiale.

Arriviamo quindi al laboratorio chimico del primo novecento (di cui questo museo è un tipico esempio) che è un amplio locale dove i tavoli da lavoro sono diventati banconi dotati delle utenze fondamentali (acqua, gas, elettricità) e costruiti per resistere agli agenti chimici; alla dotazione di bilance e vetreria di base si affianca quella di strumenti scientifici più complessi (spettrografi, polarimetri, microscopi,.. .), a volte collocati in appositi locali, necessari allo studio delle proprietà chimiche e fisiche delle sostanze. Il laboratorio, in questo stesso periodo, diventa anche strumento fondamentale di didattica attiva. Consente agli studenti di sperimentare e quindi assume la duplice veste di luogo di ricerca e di insegnamento.

Concludiamo questa breve e non esaustiva carrellata sulla storia dei laboratori con il pensiero del chimico P.J. Macquer su quale sia lo scopo del chimico, in cui si legge una sintesi di quella che è ancor oggi la ricerca sperimentale:

Separare le diverse sostanze che entrano nella composizione di un corpo, esaminare ciascheduna in particolare, riconoscerne le proprietà e le analogie, decomporre nuovamente, se possibile, le sostanze già separate, paragonarle e combinarle con altre sostanze, riunirle e coagularle di nuovo insieme facendone rivivere il primo misto con le sue proprietà, ovvero per miscele per diversi modi combinate creare nuovi composti dei quali la natura non ci abbia giammai prestati modelli.
(Elémentes de chyimie théorique, 1749)